Intervista a Luca Rossettini di D-Orbit

D-Orbit è una B-Corp che opera nel settore del New Space. Le soluzioni offerte coprono l’intero ciclo di vita di una missione spaziale, dall’analisi alla progettazione di una missione, dall’ingegnerizzazione alla produzione, dall’integrazione ai test, dal lancio fino allo smantellamento a fine vita. L’azienda di Fino Mornasco, che nasce come start-up innovativa nel 2011, oggi conta più di 80 dipendenti. Stiamo parlando di uno dei principali fornitori di servizi sia per le società del New Space sia per le società spaziali tradizionali.  

La società lo scorso agosto ha ricevuto un finanziamento dalla Banca europea per gli investimenti (Bei), per un ammontare pari a 15 milioni di euro. Non è affatto strano se si considera che la società opera in un mercato globale in continua crescita che oggi vale 350 miliardi di dollari e che nel 2030 arriverà a sfiorare i 500 miliardi di dollari.  

Noi di STEP abbiamo fatto alcune domande proprio al fondatore e CEO Luca Rossettini che ci ha parlato del suo percorso personale, di come è nata la sua impresa e di quelle che sono le prospettive future per D-Orbit e per tutto il settore del New Space. Ne emerge un leader visionario che grazie al suo pragmatismo è riuscito a realizzare il grande sogno di entrare in un settore chiuso dove le società private non erano ammesse. 

Luca Rossettini — CEO D-Orbit

STEP: Già nel 1978, Donald J. Kessler che lavorava al Johnson Space Center di Houston, aveva ipotizzato lo scenario per cui la quantità di detriti attorno alla Terra, visto l’aumento progressivo delle attività spaziali, sarebbe incrementata a tal punto da impedire alle future generazioni di intraprendere come nel passato attività spaziali. Questo scenario, anche chiamato ‘sindrome di Kessler’, possiamo dire essere alla base di D-Orbit.  

Secondo l’ESA i 5.450 razzi lanciati dal 1957, ovvero l’anno del primo Sputnik, hanno seminato attorno al nostro pianeta 128 milioni di oggetti più piccoli di un centimetro, 900mila detriti fino a 10 centimetri e 34mila detriti più grossi per una massa complessiva di 8.400 tonnellate. D-Orbit come molte aziende che operano nel settore dell’economia circolare ha trasformato il problema della space junk in un’opportunità di business.  

Quali sono le similitudini di D-Orbit con quelle startup che operano nel settore della Green Economy

Luca: D-Orbit opera per abilitare tutto il settore spaziale ad operare in modo profittevole e duraturo. In questo senso, applicare concetti di “sostenibilità” a 360 gradi permette di garantire, al settore spaziale, un futuro “capace di futuro”. D-Orbit è la prima azienda spaziale ad aver ottenuto la certificazione B-Corp e la prima Benefit corporation del settore aerospaziale in Italia e in Europa. Lavoriamo per garantire che i nostri prodotti e servizi non solo aiutino I nostri clienti a fare business in modo più efficace ed efficiente, ma anche costituiscano la nuova infrastruttura spaziale che permetterà lo sviluppo sostenibile di tutto il settore. Abbiamo un percorso consolidato di miglioramento interno, lavorando fianco a fianco di tutti i collaboratori, e lavoriamo anche con enti e scuole a livello locale per avvicinare la terra allo spazio! 

STEP: D-Orbit oggi opera in quello che viene chiamato il New Space, ovvero “nuovo spazio”. Un settore nuovo che si differenzia dal “vecchio spazio” perché caratterizzato dall’entrata in scena di aziende private, come D-Orbit, che lavorano, indipendentemente dai governi, nel campo della progettazione e dello sfruttamento delle risorse aerospaziali.

Quali sono i tuoi consigli per una startup che vuole operare in un mercato tradizionale dove operano pochi Big players

Luca: Per noi è stato fondamentale sviluppare un piano che parta dalla vision e arrivi ad oggi in cui ogni step è un mercato e non una tecnologia. E il primo passo è stato trovare una nicchia, considerate inizialmente troppo piccola per i grandi, ma sufficiente per sviluppare i primi prodotti. Prodotti che devono essere modulari e scalabili, in modo da essere pronti ad uscire dalla nicchia appena il prossimo passo nel percorso strategico diventa possibile.

STEP: Nel 2012 D-Orbit viene premiato come vincitore per l’area Centro Nord del Talento delle Idee, contest promosso da Unicredit che oggi ha lasciato spazio all’Unicredit StartLab. In una video intervista in quell’occasione hai citato come evento determinante per la tua storia e quella di D-Orbit la tua esperienza in Silicon Valley, iniziata nel 2009 grazie all’ambita borsa Fulbright.  

Al tempo ti chiesero “cosa ti aspetti dai soggetti che si occupano di innovazione?” La tua risposta recitava: supporto alla crescita, capitali di rischio, network di industrie che guidino i neo-imprenditori, in altre parole fondi e quello che oggi chiamiamo mentorship.

Come è cambiato il panorama del supporto all’innovazione e a chi vuole fare innovazione in Italia? Cosa c’è ancora da fare?  

Luca: Anche in Italia si sta facendo molto, partendo dall’accelerazione di idee verso aziende, al supporto alla crescita, fino all’espansione internazionale. Oggi esiste in Italia ed in Europa una buona copertura per la parte di investimento seed, purtroppo i finanziamenti venture capital sono ancora inadeguati per sostenere la fase di crescita di una società, con il rischio di vedere le nostre società andare altrove – USA e ASIA – proprio nel momento in cui cominciano a generare benefici significative in termini di posti di lavoro e fatturato. Il settore spazio poi è ancora molto giovane, ma proprio in questi giorni è partito il primo fondo venture capital dedicato allo spazio: un ottimo inizio!  

Sarà importante lavorare a livello corporate incentivando le operazioni di M&A e attirando nuovi investitori internazionali nel nostro Paese. Bisogna assicurare che le valutazioni delle nostre società siano in linea con le valutazioni internazionali (altrimenti la valutazione più bassa permetterà di avere accesso a meno capitale per la crescita successivamente, facendo soccombere le società di fronte a competitor meglio strutturati e finanziati). 

STEP: Sappiamo benissimo che l’accesso al capitale è uno dei temi scottanti del supporto all’innovazione. L’accesso al capitale cambia profondamente a seconda del contesto, per le startup europee i fondi sono minori rispetto a quello a cui sono abituate le startup americane. Da un articolo di StartupItalia si evince che se è vero che negli USA fare startup costa 2,3 volte di più si investono mediamente da $1,1 milioni a $5M per il seed. Il quadro italiano è ben diverso, nel seed si investe mediamente da €350k fino ad una pre-money di €925k.

Alla luce di questi dati come cambia l’approccio e la roadmap di una startup che nasce e cresce in Europa?  

Luca: Parola chiave resilienza: dividi il percorso in mercati, sviluppa un prodotto modulare che ti permetta di entrare nel mercato subito, e costruisci passo dopo passo prodotti e servizi in modo incrementale per rimanere sempre in linea con il mercato. Obbligatorio e scontato: parlare sempre e costantemente con i clienti. La più grande fonte e input per l’innovazione. 

STEP: Sei un imprenditore seriale, come scrivi nella tua bio di Linkedin. Anche se tutti di fatto ti conoscono per essere il CEO di D-Orbit hai fondato altre startup come IRTA, che fornisce tecniche avanzate di visione e monitoraggio al rallentatore, e The Natural Step Italia. Quest’ultima è una ONG internazionale che aiuta le aziende e le comunità a perseguire i propri obiettivi all’interno di un quadro di sostenibilità strategica. Come tu ricordi, è proprio da questa esperienza che è nata l’idea di applicare il concetto di sostenibilità strategica al settore spaziale. Come nasce l’idea di portare in Italia The Natural Step? Cosa si intende per sostenibilità strategica?  

Luca: L’idea è nata da Eric Ezechieli, mio professore durante il master di Leadership towards Strategic Sustainabilty. L’obiettivo è di far capire come un percorso verso la sostenibilità non sia un costo ma un beneficio, per aziende e per tutta la società. Grazie a quanto ho imparato lavorando per TNS, sono riuscito a immettere questi principi nel DNA di D-Orbit. 

STEP: Elon Musk ha mostrato un video molto particolare durante la presentazione all’International Astronautical Congress (IAC) di Adelaide. Secondo Elon questo razzo di 48 metri chiamato BFR, ovvero “Big Fucking Rocket”, sarebbe in grado di trasportare centinaia di passeggeri da una città ad un’altra, in qualsiasi parte del globo in meno di un’ora. Per esempio, se dovessimo prendere un volo alle 6:30 del mattino a NY saremmo a Shanghai per le 7:09 pronti per un’ottima business breakfast. L’idea che sta alla base di BFR è quella che viaggiando ai margini o al di là dell’atmosfera terrestre, è possibile ridurre notevolmente la durata del volo ma anche il costo del carburante.

Cosa potrebbe significare questo a livello di impatto ambientale? Renderebbe i viaggi aerei più sostenibili? Sappiamo infatti che questo settore produce circa il 2% delle emissioni di CO2 al mondo.  

Luca: Concentrarsi su singoli aspetti è sempre pericoloso. La salvaguardia dell’ambiente è una necessità in primis per noi stessi – sia individui che aziende: non possiamo vivere od operare in un ambiente distrutto o disfunzionale. È fondamentale avere un percorso di miglioramento continuo che porti benefici chiari anche sul breve termine. Seguire il semplice algoritmo decisionale: 1. Va nella direzione giusta; 2. È una piattaforma aperta? Posso costruire qualche altra azione su questa decisione in seguito? 3. Porta beneficio a breve termine? “permette di assicurare ad un’azienda un futuro capace di caratteristiche e vantaggi competitivi rispetto a chi questo percorso non lo segue”. Noi ci troviamo bene con lo schema della certificazione B-Corp, che ci permette di decidere cosa fare oggi per massimizzarne il ritorno, e cosa fare domani in ottica di miglioramento continuo e misurazione dei progressi e soprattutto dei benefici. 

STEP: Qual è l’impatto ambientale dei sistemi di propulsione impiegati nel mondo spazio? 

Luca: Indubbiamente I sistemi propulsivi oggi non sono ad impatto zero. Molti propellenti sono addirittura tossici per le persone e richiedono personale esperto per essere maneggiati. Ma stanno arrivando ora propellenti cosiddetti “green”, come quelli che usiamo noi. Non lasciamoci però trarre in inganno dal nome: sono decisamente meno impattanti ad esempio dell’idrazina, ma la strada verso l’impatto zero è ancora lunga. L’importante è iniziare il percorso, sapere cosa fare oggi, pianificare bene il domani e assicurarsi che altri capiscano il beneficio economico e sociale di andare in questa direzione. 

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